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Da tempo pensavo di raccogliere le storie della mia generazione, la Generazione80. Nati troppo tardi per far parte della Generazione X troppo presto per far parte della Generazione Y. Siamo quelli nati negli anni ’80 e cresciuti negli anni ’90, sospesi negli anni zero e alla costante ricerca di un posto in questi infidi anni dieci.
Non sapevo proprio come iniziare, ed allora mi è caduto tra le mani questo bellissimo sfogo di Alessandro Tornese, amico e compagno in tante storie, che in qualche modo racconta in un vortice generazionale frenetico dove si posiziona la Generazione80, o meglio ancora, la Generazione B, dove B sta per bit.

BIT GENERATION
di Alessandro Tornese – Classe di ferro 1984 

Entravo in metro l’altra mattina, con le cuffie alle orecchie e la testa non so dove.
Modeselektor in riproduzione nell’ipod. Cassa- cassa- tum- tum- ciak.
Sguardo a destra, sguardo a sinistra. Cassa -tum-tum.

Mi siedo, sistemo i pantaloni, controllo l’orologio sullo schermo rotto del mio telefonino, ormai superato dai tempi. Intanto al di sopra dei pali centrali, quelli a cui ci si tiene quando il vagone è in corsa, televisori led dieci pollici passano pubblicità del comune di Roma.
Mi giro sulla sinistra e vedo una ragazza che sfoglia un ebook su Kindle, muovendo solo la punta di un dito, una lettura cuticolare. Di fronte a me c’è una giovane madre, che in grembo tiene seduto un bambino che avrà si e no due anni. Con dita corte e cicciotte, lo vedo schiacciare i propri polpastrelli contro uno schermo traslucido e molto hi-tech, l’ipad.
Esperto, come se lo facesse da anni.

Posso parlare della mia generazione?
La mia generazione è quella cresciuta con i primi personal computer e le prime console. Quella dei dischi magnetici e del loading dopo l’avvio del sistema, i comandi scritti sul post-it, appiccicati sulla tastiera, i commodore, il dos; comandi che dovevi sapere, sennò non partiva nulla. Quella che la prima cosa che vedeva, dopo tutte le scritte di sistema all’accensione, dopo il “ready”, c’era quell’inquietante domanda “_” e quel quadratino intermittente, che ti guardava e lampeggiava, ti guardava e lampeggiava, ti guardava e… Così, in attesa di un tuo comando, di una tua risposta.
La nostra generazione è, insomma, quella di confine tra l’analogico e il digitale. Quella che fatica un po’, ma riesce ancora a sorprendersi per qualche novità.

Ma vogliamo parlare anche della generazione precedente?
Onore al merito anche alla loro di generazione. Quella, ha rappresentato totalmente l’era analogica. Delle macchine da scrivere Olivetti, e del loro nastro d’inchiostro che ogni tanto s’inceppava.
Con l’ Olivetti “Lettera 32” di mia madre, se battevi contemporaneamente due tasti, quelli sbattevano tra loro o peggio s’incastravano ed eri costretto con le dita a rimettere giù quelle asticelle-timbri. Oppure le prime reflex con l’inserimento della pellicola in un luogo buio per non rovinare la pellicola fotosensibile, ricordo ancora gli strilli di mio padre quando accesi la luce in camera, proprio in quel momento.
La generazione del ’68 è quella che ha avviato la rivoluzione informatica perché consapevole della propria cultura analogica. L’analogico stava nel trasformare quello che era l’ambiente esterno, il comando, il dato, l’informazione o il segnale, nel suo analogo meccanico. Il passo successivo è stato quello di togliere la metafora -il come se- fosse reale (quindi analogico) e farlo diventare quasi reale, parallelo, quindi digitale. Il digitale non è un sistema fittizio, surrogato –al, del- reale.
Il digitale è un sistema a sé.
Un linguaggio derivato nella forma ma con parole diverse.
Digit in inglese “cifra”, Digitus in latino “dito”. E difatti la cultura digitale ha il potere della trasmissione delle informazioni sulla punta delle dita. Come stregoni del nuovo millennio.
Siamo indigeni digitali, con le nostre simbologie, i nostri riti d’iniziazione e di partecipazione sociale, i nostri modi di comunicare, paralleli alla cultura dominante.
Dal cinematografo allo streaming, dal piccione viaggiatore alla mail certificata, dal compasso e bussola al navigatore integrato degli smartphone; inevitabilmente questo sta modificando le nostre abilità cognitive.
Tolman, uno dei primi psicologi cognitivisti, nel 1940 coniò il termine di “mappa mentale” per descrivere quel processo che portava i ratti a costruirsi una mappa del contesto in cui erano inseriti per varie prove sperimentali, di cui ora non vi annoierò. Successivamente questo tema è stato ripreso dalla psicologa Julia Frankenstein dell’università di Friburgo, che nella propria mostruosità di conoscenza, è riuscita a collegare il gap creato dall’utilizzo continuo del navigatore satellitare (GPS) e il processo di costruzione delle mappe mentali di questi utilizzatori. Insomma, per farla breve, si spegne il navigatore e ci troviamo persi come Robinson Crusoe metropolitani!

Cambia il nostro percetto del mondo. Ci fate mai caso anche voi?
Passare ore su internet persi tra blog, giornali online e forum di discussione di quello o quell’altro argomento. Siamo diventati sempre più, passatemi il termine, “multipli” o “multitasking“ per l’appunto.
Leggiamo sempre più velocemente testi brevi e saltiamo da un tema all’altro, in preda a una sorta di schizofrenia dei contenuti. Forse siamo meno abili o forse meno pazienti nel leggere un testo di un unico autore, insomma un libro come veniva chiamato in un passato neanche così lontano… Libro che ha cresciuto la generazione, quella che c’ha cresciuti.

Possiamo ipotizzare un cambiamento futuro o presente, nel modo di approcciarsi alla lettura?
I tempi cambiano, stanno cambiando rapidi, i tempi sono rapidi, non c’è più tempo per perdere tempo, si corre.
Con le cuffiette che sparano musica, magari scrivendo uno “short message” ma condito di acronimi, crasi e slang del nuovo millennio, con l’iphone connesso su skype, wazzup e maps.
Siamo multitasking, sinestetici.
Ad ogni domanda c’è una risposta, celere e perentoria. L’imbarazzo cresce là dove non c’è una rete internet disponibile, per connetterti.
Ma questo non cambia il modo di organizzare e maturare la cultura? Prima occorreva avere la giusta pazienza per terminare un libro, approdando in quei capitoli che tutti noi avremmo felicemente cestinato, paragrafi e capitoli noiosi. Il tedio s’ intravede già dal titolo. Peggio ancora se, leggendo l’indice, ti accorgevi che i paragrafi erano declinati tra di loro, e divisi in sottoparagrafi, e in paragrafi dei sottoparagrafi. Uff!!
Erano quei libri, però, che davano la possibilità di far “lievitare” quesiti, di far raggiungere il successivo livello di conoscenza.
Next level insomma.
Ma con il tempo e magari rompendosi anche un po’ le palle. Ora l’accessibilità grandiosa a questi enormi volumi d’ informazione, ci spaesa, ci stordisce. Wikipedia non ti fa più perdere tempo a leccare la punta del medio, alla ricerca della parola dal significato sconosciuto, perso nelle profondità “marianniche” del vocabolario.
Ora abbiamo una risposta ad ogni “cos’è”, ben più difficile è il “perché”. Perché rispondere ad un perché necessita di una conoscenza ontologica di un fatto. Non enciclopedica, o descrittiva.
Una comunità sempre più attenta a condividere i contenuti, di cui nella maggior parte dei casi non si conosce la storia, non può cadere in una sorta di oblio?

Forse. O forse cambieranno semplicemente gli strumenti, cambierà il modo di trasmettere la conoscenza. Non la conoscenza.

La prossima generazione?
Digito-ergo-sum. Amen.